Inno alla Gioia: colonna sonora al divorzio del secolo

di Domnitia Priscari

«“Gioia” si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo.»

An die Freude – Inno alla Gioia di Friedrich Schiller (1785)

In queste settimane se n’è parlato tanto sfiorando la vetta del troppo. Ormai la mole di informazioni e di opinioni che queste hanno generato ha sommerso e offuscato le menti e l’interesse di molti sull’argomento Brexit. L’Inghilterra uscirà dall’UE e noi, cari lettori, siamo testimoni, volenti o nolenti, del divorzio del secolo.
“L’inno alla Gioia”, l’adattamento del quarto ed ultimo movimento per mano del celebre direttore d’orchestra Herbert von Karajan della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven, è stato sentito più e più volte e al di fuori delle cerimonie ufficiali europee, tanto che le prime battute tuonando come rintocchi nella testa di coloro che non si sono arresi e, fedeli, hanno continuato a seguire i delicati sviluppi: SI SI DO RE RE DO SI LA…

Come ben sapete, l’inno è uno dei cinque simboli (la bandiera, l’inno, il motto, la moneta e la giornata) che rappresentano l’Europa come entità politica e l’identità dell’unione europea, un’unione forte proprio per le sue diversità. L’inno europeo è senza parole proprio perché con il linguaggio universale della musica l’inno può esprimere gli ideali di libertà, pace e solidarietà perseguiti dall’Europa, solo la musica riesce a far battere i cuori all’unisono e a far sentire l’ALTRO, il diverso, più vicino a noi.

L’Inno è all’origine un componimento del poeta e scrittore tedesco Friedrich Schiller ed era un’espressione della sua visione idealistica, un inno poetico alla nascita di un legame fraterno tra le persone. L’ode è una lirica nella quale la gioia è intesa non come semplice allegria, ma come un sentimento più profondo e universale, un risultato a cui ogni uomo può giungere quando si libera dal male, dall’odio e dalla cattiveria.
Beethoven, condividendo questa visione, decise di musicare questo componimento nel movimento finale della sua Nona Sinfonia, composta nel 1823. Il risultato fu la famosa melodia dell’Inno alla gioia. Nel 1972 il Consiglio d’Europa (il medesimo organismo che concepì la bandiera europea) adottò il tema dell'”Inno alla gioia” di Beethoven come proprio inno mentre nel1985 i capi di Stato e di governo europei adottarono l’Inno alla Gioia come inno ufficiale dell’Unione Europea (non era un tentativo di sostituzione degli inni nazionali dei singoli stati, bensì una celebrazione dei valori che essi condividono e la loro unità nella diversità).
L’Inno è dunque una marcia di gioia, festante e scintillante che vuole, nel contempo, accompagnare l’uomo nel cammino della vita ma soprattutto vuol trasmettere un grandissimo messaggio di pace e di fratellanza. Pertanto si sceglie di suonare o cantare l’inno al di fuori delle cerimonie ufficiali per far appello e richiamare all’unità gli ascoltatori, i cittadini Europei, e forse i cittadini del mondo.

Alla luce di tutto questo vi risulterà curiosa, strana, bizzarra la scelta di Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra, di chiudere il proprio discorso dello scorso 9 giugno, in favore della Brexit, con un “coming-out” eurofilo. Si dichiarò infatti un cosmopolita capace di leggere in francese e cantare l’Inno in tedesco. Per dar prova delle proprie affermazioni, Boris proruppe in un latrato musicale in una lingua simil-tedesca, per poi fermarsi tre versi più avanti, guardare il pubblico inglese e finire il pezzo con un “Voi sapete come va avanti”. L’ex sindaco dalla capigliatura a testa di moccio (“mop-headed” è l’appellativo che gli inglesi gli hanno accollato) osò cantare un inno alla gioia, un inno alla fratellanza e alla condivisione per convincere gli inglesi a votare contro gli ideali proclamati dai versi, per convincerli a rifiutare i fratelli oltre mare.

Una rivisitazione del messaggio dell’Inno fu proposta dal comico e attore britannico John Oliver che, rispettando il proprio stile ironico e polemico, richiamò, il giorno prima del voto, i propri connazionali alla ragione e propose loro e al mondo intero un nuovo inno: lo sguardo anglofono sull’Europa, l’odi e t’amo all’inglese per esprimere quel rapporto particolare che lega “l’isolata” terraferma all’ancestrale “terra-madre” Europa. Il titolo di questo nuovo inno? Non poteva che essere: “Fuck you European Union”!

Un altro episodio, questa volta positivamente curioso, accadde il pomeriggio del nefasto venerdì, non appena uscirono i risultati del referendum: amareggiati e delusi, un gruppo di musicisti, in una spontanea manifestazione di unità culturale, si radunò di fronte a St. Martin in the Fields, in centro di Londra per protestare e far sentire le proprie voci, o meglio i propri strumenti, contro la decisione degli inglesi di lasciare l’UE.

Cari lettori, testimoni e protagonisti vostro malgrado, vi lascio con una serie di inviti. Vi invito a vedere il video di John Oliver (se non è riuscito a convincere gli inglesi, almeno farà ridere il mondo). Vi invito a continuare a seguire l’evoluzione delle trattative per Brexit. Vi invito, infine e soprattutto, ad ascoltare l’Inno e a sentire nei suoi silenzi (la musica è fatta soprattutto di silenzi) quel richiamo alla fratellanza e all’amore di quel ALTRO che il mondo ci invita a temere.

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