Birre calde e metafore calcistiche

di Giorgio Leali

È il ventidue giugno duemilasedici e nel chiasso dei bar del quartiere di Bruxelles dove hanno sede le istituzioni europee risuonano simultanee le telecronache di due partite: Italia contro Irlanda e Svezia contro Belgio.

I minuti scorrono veloci nell’angolino in alto sinistra dello schermo e il caldo non smette di aumentare nonostante il bancone, le mani e i bicchieri siano già insopportabilmente appiccicosi dal fischio d’inizio.

Mentre le squisite birre belghe nei boccali si avvicinano all’evaporazione e i piatti di patatine fritte spariscono con insolita rapidità, funzionari e politici, turisti, stagisti e uomini d’affari hanno lo sguardo fisso sui piedi dei giocatori ma la mente è già rivolta alla vera partita, quella che si giocherà il giorno dopo quando le squadre saranno a riposo: la “Brexit”.

Che senso ha raccontare una storia di cui già tutti conoscono il finale?

Le domande, i desideri e le paure di quella sera di caldo belga hanno già ricevuto risposta: il Belgio e l’Irlanda hanno vinto, l’Italia e la Svezia hanno perso ma l’Inghilterra? Qualcuno risponderà che anche lei ha perso, non solo a pallone contro l’Islanda il 27 giugno, ma anche contro se stessa, quattro giorni prima, scegliendo di andarsene dall’Unione. Altri invece diranno che la Gran Bretagna e la democrazia ne sono uscite vincitrici o, per meglio dire, si sono prese la rivincita sul processo di integrazione europea del quale erano vittime e non protagoniste.

A pensarci bene, forse, esiste qualcosa di ancora più fastidioso del caldo di quei giorni: la scelta di raccontarli attraverso luoghi comuni, di descrivere gli inglesi che hanno votato “leave” come villici terrorizzati dall’immigrazione e i giovani perdenti del “remain” come la “generazione Erasmus” ovvero l’unica in possesso dei requisiti anagrafici e accademici per esprimere il proprio parere sul futuro.

Si potrà giustamente obiettare che in realtà il luogo comune più banale di tutti è proprio la metafora calcistica con cui si aprono le righe che state leggendo. Penne pigre quelle che scrivono di politica internazionale prendendo in prestito le parole del calcio, come se si potesse ridurre la complessità e l’ambiguità dell’uscita del Regno Unito dall’Unione alla semplicità di una partita degli europei dove, se proprio non si riesce a capire chi vince e chi perde, ci sono sempre i rigori.

Tuttavia (come si nota ad esempio in F. Serafini, Di calcio non si parla, Bompiani, 2014) le immagini calcistiche hanno sempre avuto un discreto successo in Italia non solo tra i giornalisti ma anche tra i politici. Berlusconi per esempio “scese in campo” con una squadra il cui nome suonava e suona come un coro: Forza Italia. Lo stesso spirito aveva animato i due candidati alla poltrona di sindaco di Milano, forse ispirati dalla dichiarazione di Matteo Renzi secondo il quale la sfida elettorale era per il PD “un calcio di rigore”. Dopo il primo turno Beppe Sala, con quell’aplomb che tanto lo faceva assomigliare all’avversario, aveva infatti commentato “Primo tempo. Uno a zero, palla al centro e si ricomincia” e Parisi, prolungando la metafora in vista del ballottaggio, gli aveva riposto riecheggiando la battuta di Renzi: “il rigore lo abbiamo parato e il prossimo lo tiriamo noi”.

È vero: il futuro dell’Unione Europea e le conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna sono questioni ben più complesse delle elezioni amministrative e chi decide di raccontarle in termini calcistici va inevitabilmente incontro a (meritate?) accuse di superficialità. Non si può però accettare che il dibattito sull’Europa diventi grigio ed elitario e che soltanto gli addetti ai lavori siano autorizzati a parlarne mentre politici dai toni accesi, elettori residenti in campagna e giornalisti avvezzi alle metafore di cui sopra vengono educatamente invitati a tacere.

Fortunatamente non siamo ancora arrivati a questo punto e nelle scorse settimane la vicenda della Brexit è stata lo spunto per dibattiti di vario tipo come quello antichissimo, rievocato tra gli altri dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori, sulla proposta di concedere il diritto di voto solo dopo aver superato un “test di cittadinanza”.

Mentre scrivo mi trovo in quello stesso bar dove la sera del 22 giugno ho visto l’Italia perdere l’ultima partita dei gironi e… Un momento! Forse mi sbaglio ma, seduto al bancone in compagnia di una birra più grande e più alcolica della mia, mi pare di scorgere il vero protagonista di questa storia. Indossa la consueta camicia rosa e, circostanza inspiegabile, non ci sono giornalisti attorno a lui. Non posso perdere un’occasione simile: appena la smette di parlare con il barista mi siedo sullo sgabello accanto al suo.

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